“Na cosa è parlà de morte e n’atre è morì”.

E di morte si è sempre parlato, storicamente; perché la morte – fino a un secolo fa – non era mica un tabù: si moriva tanto, si parlava di morte e si parlava pure con la morte.

Era una cosa naturale – nessuno osava toscere – come la uazza, l’amore e la genziana.

I riti e le tradizioni di questi giorni si perdono nella storia. Storie di zucche e fantasmi, di fiamme e di paura: “Halloween”, con altri nomi, c’è sempre stato.

Uno dei riti più dolci e casalinghi, nonché uno dei più semplici da ricordare (e pure da raccontare ‘nzomme), era quello della “tavola dei morti”: nella notte fra il primo e il due novembre gli agricoli d’Abruzzo (e non solo) lasciavamo la tavola imbandita.

Chi poteva attrezzava delle tavolate epocali, chi no si limitava ad un pezzo di formaggio, nuccunucce di pane onde e un bicchiere di vino; al massimo qualche biscotto (i fru fru ancora non li avevano inventati).

Delle candele venivano accese sui balconi, per illuminare la via alle anime dei defunti cari che, in quella notte e solo in quella notte, sarebbero tornate a far visita prima al loro paese (in processione) e poi alla loro casa.

E in casa i defunti trovavano la tavola apparecchiata, ma non potevano trovare persone vive: guai ad entrare nella stanza durante la visita ultraterrena. Alla vista del cibo, i morti non si sarebbero abbottati, ma avrebbero capito che “il pensiero per loro” c’era ancora e benedetto, di conseguenza, la casa e la famiglia.

Al mattino, il cibo veniva dato ai poveri.

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here