+++ Parafrasi agricola con commento per foresctieri della canzone “Maiale torna a casa (Lu porch n’arvè) – a grande richiesta, poi però #avascte – +++

“Cammino per il mio paese e ormai s’ha fatt nott”
Già si inizia a sentire l’aria con quel “s’ha fatt nott”. A parlare è una commare, una donna, che cammina ndundinita per il suo paese (ovviamenDe paese, città #noncreTo).

“mi son lasciata tutto arrete mbacce all’orizzonDe”
La commare pensa di aver già dimenticato il porco, ma il porco non solo n’arvè, ma è pure difficile da dimenticare. (Vabbò “arrete” vuol dire “dietro”; “mbacce” vuol dire “addosso”: trattasi nel complesso di una figura non di merda, ma retorica, na freca retorica).

“vedo la gente da lontano si sta a finì lu monne
ma per fortuna ho un po’ di pane pure bello onde”.
La commare è fuori di testa, vede la gente in lontananza che fluttua nell’aria tipo pantafica e pensa che il mondo finirà a breve; ma – salvifica figura – una fetta di pane con l’olio le dona un briciolo di felicità e speranza (#semBrefatto).

“Lui mi ha raccolto la genziana nei posti segreti,
se ne frecava della legge e dei suoi divieti,
non ha ascoltato le commari ngul a lu malucchie,
con uno sguardo mi diceva “Arefatte l’ucchie”.”
La commare ricorda i bei tempi col suo porco, un tipo fuori dagli schemi e dalla legge (sradicare senza permesso le radici di genziana sarebbe un reato). Il porco non ascolta nessuno, non ha paura delle maledizioni (“malucchie”) e si crede pure un gran fregno (“arfatte l’ucchie” – “rifatti gli occhi”).

«Che questo è un viaggio che nisciune fino a mo ha fatto,
Marietta, i suoi comBlimenDi, “Frustallà” al gatto;
cammineremo per ‘sta strada e non sarai mai stanca
fino alla cima del Gran Sasso poi ci sta ‘na panca».
Qui – nella mente della commare – prende la parola il solito porco. L’uomo rimembra tutte le mattità a votamazza che diceva alla nostra signora: andava a trovare sua nonna (“Marietta, i comBlimenDi, l’anziana che scacciava i gatti dicendo “frustallà”, termine intraducibile); le prometteva cose impossibili (la panca sul Gran Sasso). Dice: “Perché Marietta?” Perché Marietta era #nonnaMé, la canzone è dedicata a lei e a tutti i suoi comBlimenDi che mi so’ magnato (i “complimenti” – in gergo agricolo – sono i fru fru, i gingerini, le pastarelle ecc.).

“E mi è rimasto il grasso in mano e un poco di porchetta,
finiamo almeno ‘sto panino la croscta qua è perfetta;
te ne sei andato moccicando ma c’avevi fretta?
E mo s’ha fatta notte qua sulla Majelletta…”
E adesso, alla commare che è giunta addirittura, nel suo peregrinare notturno, sulla Majelletta, cosa resta? Un po’ di grasso di porchetta e un panino morso a metà.

“Quindi maiale torna a casa che la neve l’ha semBre fatta;
quindi maiale torna a casa che comincio a dar di matta;
quindi maiale torna a casa sennò mannaggia lu sparpè,
quindi maiale torna a casa ma lu porch n’arvè…”
Nonostante tutto, la nostra protagonista vorrebbe ancora il ritorno del porco. I primi due versi non vanno spiegati (se non conoscete la prima citazione… #stetvalacas); “mannaggia lu sparpè” è un modo di dire agricolo (raro) che deriva dall’Eterno Riposo in latino: lu sparpè è una traduzione fossilizzata camBagnola di “lux perpetua”, e non ha un vero senso al di fuori dell’imprecazione.

“E il cielo piano piano qua diventa meno fregno,
dentro ‘sta stanza solo puzza tipo vidillegno;”
La commare si chiude in casa, la sua stanza ha una puzza tipica difficile da spiegare: la celebre puzza di vitillegna/vidillegna (nel testo al maschile solo per chiudere la rima, #licenzaagricola). Derivante da “vudelle”, budella; questa puzza in Abruzzo indica varie cose: le uova marce, i panni stesi al sole, le posate abbandonate nel lavello ecc.

“arriva pure Zì Michele con un pensiero in coccia:
“S’ha ndruppicate nonna con le mani in saccoccia”.”
Nelle case di camBagne abruzzesi girano semBre i parenDi. Zio Michele, in questo caso, entra in scena come nu ndundite e dice una cosa fuori contesto, solo per abbottare li pallotte (“ti puzza cascà da li scale ng li man’ ‘nsaccocce” è un modo di dire classico).

“Col sangue sulle mani preparerà dei bocconotti,
ma tu non torni maledetto e so’ già tre notti;
per imparare a perdonare ci vò li scole alte,
ma io già in terza elementare stavo a fa le sagne.”
La nonna comunque – vera abruzzese – si mette a preparare i bocconotti (un dolce fregno) pure dopo essersi cascata dalle scale; ma la commare è inconsolabile, e l’uomo-porco non torna da tre notti. “Li scole adde/ate” è un modo di definire i licei e l’università; ma in camBagna non si fanno le scuole alte e non si impara a perdonare: in terza elementare, di solito, si rientra a casa a fatjare e – almeno nei tempi antichi e maschilisti, oggi #nziamai – ad ammassare (le sagne).

“E mi è rimasto il grasso in mano e un solo arrosticino,
aspetto ancora due minuti poi vado dal vicino,
furtune e cazz ngul beat a chi li tè:
chi se ne freca, ormai, se lu porch n’arvè…”
Ora basta, la commare si scuote, getta via l’ultimo arrosticino e decide di tradire a sua volta il porco con il vicino. “Furtune e cazz ngul beat a chi li tè” è un proverbio veramenDe agricolo che si spiega da solo.

“Quindi maiale torna a casa, che non ci trovi chiù nisciune,
quindi maiale torna a casa, che ha finite lu sdijune;
quindi maiale torna a casa e mannaggia la Majella,
quindi maiale torna a casa e poi vatt a fa ‘na pella.”
La commare – ormai libera dalle catene mentali dell’attesa del porco – lo invita a tornare, perché tanto lei non ci sarà più. Lu sdijune è la seconda colazione abruzzese, qui in forma metaforica a rappresentare la sottomissione culinaria tipica delle donne di un tempo; la Majella è la Majella; la pella, cari amici, è la pella.

La donna, alla fine, si riscatta… e lu porch, in ogni caso, n’arvè.

#oddjeoddjeoddje

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