Pino Zac – pseudonimo di Giuseppe Zaccaria – è stato un disegnatore, animatore e regista abruzzese. Nato a Trapani nel 1930 – ma consideratosi per tutta la vita di Pratola Peligna (luogo natio di sua madre) – visse gli ultimi anni della sua vita a Fontecchio (AQ), dove si spense nel 1985.

Nella storia del cinema, il nome di Zac resta legato principalmente al film “Il cavaliere inesistente” del 1969: l’unica riduzione cinematografica di un romanzo di Italo Calvino (dai racconti del ligure, al contrario, sono state tratte diverse pellicole). Il regista abruzzese per compiere il coraggioso tentativo si avvale della tecnica-mista: riprese con attori reali (Stefano Oppedisano e Hana Ruzickova, interpreti di quasi tutti i personaggi) e cartoni animati.

Zac disegna sfondi, eserciti e battaglie, si sbizzarrisce con il personaggio di Gurdulù («Gurdulù non può che essere un disegno. Un personaggio che si trasforma in ranocchia, in papera, in pesce, ingrassa, si allunga, si accorcia. Non vedo come possa essere realizzato da un attore»[1]) e sfrutta un pomposo Carlo Magno per satireggiare guardando al presente. Riprende dal vivo (con l’aiuto di Franco Rossi, non accreditato) Agilulfo, Torrismondo, Rambaldo e Suor Teodora.

Impossibile, parlando d’un film di questo tipo, non aprire una parentesi sulla nona arte. Il fumetto, ideologicamente e materialmente, è la matrice che dona grazia ed ironia alla pellicola. «I primi documenti pubblici di Calvino sono proprio alcune vignette uscite nel 1940 sul “Bertoldo”»[2] e lo stesso Zac si è sempre distinto come fumettista (Gatto Filippo, Kyrie & Leison, L’Orlando Furioso). La caratterizzazione fumettistica della pellicola, contrariamente a quanto affermato da alcuni critici (secondo Il Mereghetti il film è: «fedele all’intreccio fiabesco dell’opera ma non allo spirito»)[3]si confà perfettamente allo spirito dell’opera letteraria. Nel capitolo nono del Cavaliere, ad esempio, Calvino utilizza una tecnica fumettistica per sopperire alla mancanza di parole:

«Tutto questo che ora contrassegno con righine ondulate è il mare, anzi l’Oceano. Ora disegno la nave su cui Agilulfo compie il suo viaggio, e più in qua disegno un’enorme balena, con il cartiglio e la scritta “Mare Oceano”. Questa freccia indica il percorso della nave. Posso fare pure un’altra freccia che indichi il percorso della balena; to’: s’incontrano.[…] Il guaio è che qui all’altezza del golfo di Biscaglia c’è già un tale pasticcio di linee che si intersecano, che è meglio far passare la feluca un po’ più in qua, su per di qui, su per di qui, ed ecco accidenti che va a sbattere contro le scogliere di Bretagna!».

Attraverso il disegno il sanremese risolve con ironia un passaggio complicato del romanzo; allo stesso modo, Zac utilizza il disegno per ironizzare a sua volta, ma anche per sopperire alle mancanze tecniche congenite della cinematografia dell’epoca.

Il film, anche per questi motivi, fu molto apprezzato da Calvino:

«Il ridurre un libro per lo schermo è un’operazione di interpretazione, di scoperta di significati, di scoperta di un mondo visuale nel testo dell’opera. In questo senso mi piace arrivare come semplice spettatore e vedere un film tratto da un mio libro. In questo caso mi sono sentito autore più che mai perché il film è di una fedeltà totale al mio libro. Fedeltà agli episodi e allo spirito dell’opera. Nello stesso tempo è anche una sua interpretazione visuale; non solo dei personaggi, ma anche dell’ambiente e delle situazioni, nonché di tutte le associazioni che il testo comporta, questo è possibile grazie al procedimento dei cartoni animati».[4]

L’operazione di Zac è dunque vista dallo scrittore come assolutamente fedele alla sua opera, anche quando il regista inserisce degli anacronismi: un cavaliere ascolta da una radio i risultati delle partite di calcio poi fugge via dal campo di battaglia in monopattino; dalle tende dell’accampamento spuntano delle antenne Rai con in sottofondo la sigla dell’eurovisione mentre un alemanno si aggira minaccioso con la faccia di Hitler. In nome della satira, l’anacronismo diventa esplicazione del testo originale:

«Il mio testo rimanda continuamente al presente, volevo far pensare al presente pur senza allusioni dirette. Il film – questo è uno dei suoi pregi – rende espliciti tutti questi riferimenti al presente. C’è un continuo gioco di rimandi fra questo mondo medievale e la condizione umana di oggi».[5]

Agilulfo è un personaggio che, pur inserito in un Medioevo fantastico ed irreale, ha una sua pregnanza ed una sua attualità. L’armatura vuota che compie meccanicamente dei lavori assegnati da “altri” si palesa sin da subito come un veicolo per una critica al mondo italiano degli anni ’50: la meccanizzazione imperante del lavoro e il boom economico rendono le persone degli automi perfettamente funzionanti pur non avendo “dentro” una vera ragione umana.

Un talento abruzzese dimenticato; uno dei pochi registi italiani a tentare la via del fantastico, dell’onirico, e dell’immaginazione: in un mondo (quello del cinema del Belpaese) troppo spesso schiavo dei rimasugli del Neorealismo e della commedia all’italiana più becera.

Note:

[1] Intervista tratta da Cinema 70 – Stagione televisiva 1969/1970 – Data di trasmissione 24/12/1969 – RAI.

[2] Francesca Bernardini Napoletano, Calvino e il fumetto, cit., p. 82.

[3] Paolo Mereghetti, Il Mereghetti, Dizionario dei film 2014, Baldini e Castoldi, Milano, 2013, pag. 702

[4] Intervista tratta da Cinema 70, cit.

[5] Ibidem.

[Articolo originariamente pubblicato su “Il Martino – Quotidiano Marche e Abruzzo”]

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