“Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma tu non credi… e non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…”

I versi di Guido Gozzano, dedicati alla sua Signorina Felicita, si adattano perfettamente (non solo per l’ardita e celebre rima con “camicie”) a Friedrich Nietzsche e al suo rapporto con l’Abruzzo:

«In fondo, questo luogo, il più indecente fra tutti sulla terra per il poeta di Zarathustra (Roma), luogo che non avevo scelto liberamente, mi infastidiva oltre misura; tentavo di evadere, volevo andare all’Aquila, l’antitesi di Roma, fondata in odio a Roma, come il luogo che un giorno io fonderò, in ricordo di un ateo e nemico della Chiesa “comme il faut”, uno degli esseri a me più affini, il grande imperatore Federico II di Svevia. Ma in tutto questo c’era un destino: dovetti tornare indietro.» tratto da “Ecce homo. Come si diventa ciò che si è”.

Roma è l’intellettuale gemebonda, “la donna rifatta sui romanzi” di gozzaniana memoria; tronfia nella sua grandezza e troppo ammirata per essere ammirabile. L’Aquila è la Signorina Felicità, una piccola perla d’una bellezza povera, quasi campagnola (seppur non priva di lusinga): il capoluogo abruzzese non mediterebbe mai di Nietzsche.
Nella primavera del 1883 il nativo di Röcken pensa dunque di soggiornare a L’Aquila; si trova a Roma e la delusione amorosa inflittagli dalla sua giovane e affascinante russa Lou von Salomé – incontrata nella Basilica di San Pietro nel 1882 («Da quali stelle siam caduti per incontrarci qui?») – unitamente alle forti emicranie e al dolore agli occhi, lo spingono a proseguire nel suo viaggiare d’apolide.

L’Abruzzo rappresenta un luogo idoneo alla solitudine, all’ascesi e alla purificazione; ma – come sovente nella vita del filosofo – tutto andrà storto:
In una lettera (cartolina), indirizzata alla sorella Elisabeth che era rimasta a Roma, le scrive da Terni, con data “intorno al 10 giugno 1883”: «È andata male! Lo scirocco ha inferto la sua spada fiammeggiante su L’Aquila! Quel posto non fa per me! Ho fatto ritorno qui a Terni con un male di testa violentissimo ecc. Pioggia torrenziale. Adesso sono a letto! Domani proseguo per la Svizzera.» (Mario Setta, Nietzsche e l’Abruzzo: Storia di un amore segreto).

E ancora, poco dopo (1 luglio), a Köselitz da Sils Maria in Svizzera:
«Ho passato un periodo di grande insicurezza e indecisione […]. In seguito alcune cose non sono andate per il loro verso: per esempio il tentativo di trovarmi in Italia un luogo adatto per trascorrervi l’estate. Ho provato una volta sui monti Volsci e un’altra negli Abruzzi (a L’Aquila).»
Lo scirocco, chiaramente, è una metafora: «Definisco L(ou) il mio scirocco in carne ed ossa», dirà in una lettera a Paul Rée (amico comune e, probabilmente, comune amante).
I prodromi del crollo mentale finale e quel vento caldo e asfissiante (la Salomé rifiuterà di sposarlo) non permetteranno mai a Nietzsche di visitare il tanto desiderato Abruzzo; ma gli consentiranno – quantomeno – di redigere quell’opera imperitura che ha nome “Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen – Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”.

“Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!”

[Articolo originariamente pubblicato su “Il Martino – Quotidiano Marche e Abruzzo”]

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