«Ci sono gli orsi sul Gran Sasso d’Italia ma è lontano. L’Aquila è molto bella. Le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d’autunno andare a caccia nei boschi di castagni…»

“Addio alle armi” (A Farewell to Arms, 1929) è uno dei romanzi più celebri di Ernest Hemingway; con la consueta prosa severa ed asciutta l’americano descrive mirabilmente la sua personale esperienza durante la prima guerra mondiale: un amore tormentato, le barbarie degli uomini, l’Italia, Caporetto ed un finale straziante.

Ma accanto alla Storia, ci sono sempre delle storie, e delle storie di uomini: un cappellano militare che «era giovane e arrossiva facilmente», che si lanciava nella battaglia senza timore («Basta, basta!»), non senza aver prima pregato per le sorti sue e dell’amico Frederic; e che all’esperienza totalizzante d’una guerra sapeva opporre – accanto alla fede – un desiderio: tornare, prima o poi, negli Abruzzi:

«A Capracotta, mi aveva detto, c’erano le trote nel torrente sotto la città; era proibito suonare il flauto la notte, quando i giovanotti facevano le serenate. Soltanto il flauto era proibito. Perché? Avevo chiesto. Perché alle ragazze non faceva bene udire il flauto di notte. I contadini chiamano tutti Don e quando incontrano qualcuno si tolgono il cappello. Suo padre andava a caccia ogni giorno e si fermava a mangiare nelle case dei contadini. Per loro era sempre un onore. Uno straniero, per cacciare, deve presentare un certificato che non è mai stato arrestato. […] Gli uccelli erano tutti buoni perché si nutrivano d’uva e non c’era mai bisogno di preparare una colazione perché i contadini erano sempre onorati, si mangiava in casa loro».

Il religioso inviterà Frederic al suo paese («Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto… Mio padre è un gran cacciatore») ma il tenente, troppo invischiato in quello «sporco delitto che è la guerra», non troverà mai il tempo – e il modo – di soddisfare l’amico. Eppure avrebbe voluto:

«Laggiù dove le strade sono gelate e dure come il ferro e il freddo è limpido e secco, la neve asciutta come polvere, e tracce di lepre solcano la neve e i contadini levandosi il cappello vi chiamano Signoria, e la caccia è eccellente».

Finita la guerra, i due si incontrano nuovamente: il cappellano – segnato dal conflitto – è deluso dalla mancata visita: lo aveva addirittura annunciato ai genitori. Ma la tempesta è alle spalle, e la speranza, forse, ora li accomuna: con una pacca sulla spalla, l’abruzzese si dilegua.

«- Lei cosa farà dopo la guerra?
– Se mi sarà possibile tornerò negli Abruzzi.
Vidi il suo viso irraggiare improvvisamente di piacere.
– Vuol molto bene ai suoi Abruzzi?
– Sì, molto bene.
– Il suo posto allora è là.»

[Articolo originariamente pubblicato su “Il Martino – Quotidiano Marche e Abruzzo]

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