1) Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. E su questo non si tosce. L’abruzzese, in quanto tale, è tuttavia più fregno degli altri esseri umani, di qualunque nazionalità, razza, e credo religioso essi siano. L’abruzzese fuori sede, quindi, andrà rispettato un po’ più degli altri, evitando in tal modo di farlo inGazzare.

2) È un diritto dell’abruzzese fuori sede non subire maltrattamenti fisici, morali e culinari. Gli arrosticini, alla presenza di un abruzzese fuori sede, non potranno essere cotti su padelle, griglie futuristiche, a bagnomaria o nel forno. Non si dovranno mai presentare aberrazioni immorali come gli “arrosticini di ippopotamo” o simili: esiste solo l’arrosticino di pecora. La porchetta (semBre abruzzese, mai di Ariccia o peggio) non potrà essere consumata senza croscta; la ventricina non potrà mai essere nulla di diverso da quella vastese o teramana; il “barbecue” non dovrà essere nemmeno nominato, si parlerà solamente di “fornacella” e “canalina”. Nel caso si volesse offrire dell’acqua ad un abruzzese fuori sede, quell’acqua dovrà essere “Santa Croce” o “Guizza”; nel caso di un piatto di pasta, la pasta dovrà essere “Delverde”, “De Cecco” o di altri nobili pastifici d’Abruzzo, giammai Barilla o mattità esotiche.

3) È un diritto dell’abruzzese fuori sede offendere simpaticamente chiunque in dialetto, senza preoccuparsi di essere compreso o meno. Non è un diritto del forestiero rispondere con dialetti barbarici del Nord Italia o, peggio, in una lingua straniera. (All’interno del “simpaticamente” rientra anche l’espressione: “Ngul a mammt”).

4) È un diritto dell’abruzzese fuori sede informarsi sull’albero genealogico degli abitanti della sua nuova terra, fino a cinque generazioni prima di quella attuale, tramite la domanda “Di chi si lu fije?” e/o “A chi si fije?” e/o “Come ti rimetti capo?”.

5) È un diritto dell’abruzzese fuori sede dichiarare “l’ha sembre fatto” per qualunque avvenimento e in qualsiasi situazione. Anche completamente a caso e rischiando di far innervosire l’interlocutore: l’ha sembre fatto.

6) È un diritto dell’abruzzese fuori sede essere informato su tutti i matrimoni, i funerali, i santi patroni e le fescte agricole del paese in cui si trova ad abitare. In modo tale da poter presenziare tutto fregno e rivestito e, nel caso, fregarsi qualche comBlimenDo.

7) È un diritto dell’abruzzese fuori sede ricordare a tutti, in ogni circostanza e luogo, che: “Sci sci, questo posto è bello: ma l’Abruzzo è un’altra cosa”.

8) È un diritto dell’abruzzese fuori sede riempire la dispensa – alla faccia di coinquilini, mogli, mariti ecc. – di prodotti abruzzesi arrivati con “pacchi” di dimensioni bibliche dall’Abruzzo.

9) È un diritto dell’abruzzese fuori sede essere riconosciuto come abruzzese: non napoletano, non romano, non pugliese… SolamenDe abruzzese, perché nu seme nu e voi stetv a la cas.

10) È un diritto dell’abruzzese fuori sede essere felice; ma è anche un suo dovere essere “forte e gentile” semBre e comunGue, verso tutti: compresi i vegani, gli astemi, gli ndunditi e i marchigiani del Nord.

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